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Oggi: Ebola, il suo nemico è italiano

Se l’Ebola ha le ore contate il merito è tutto dei ricercatori italiani.

Il “vaccino della provvidenza” è parto di un  pool  di cervelli dell’Irbm SpA, spin off (derivato) dell’Istituto di Ricerche di Biologia Molecolare di Pomezia, una ventina di km a sud di Roma.

Venti persone in tutto (su un totale di circa 200 impiegate del comprenso­rio) stanno lavorando per noi “segre­gate” in quello che in gergo di chiama Gnp, Good Manufactoring Practice, un enorme parallelepipedo bianco con poche finestre e un grado di sicurezza massimo.

Il semaforo verde scatterà a febbraio

ln quell’edificio viene sintetizzalo il farmaco in cui sono riposte le aspettative di tutti i governi del mondo.

Dopo l’ottimo risultato ottenuto nei test di fase 1, compiuti lo scorso settembre su 200 volontari sani residenti negli Usa, Gran Bretagna e Svizzera, adesso avrà prodotto in serie: 90 mila dosi al mese per tutto il 2015, poco meno di un milione, in totale. Questa è stata la richiesta che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha fatto al centro pontino. Il semaforo verde scatterà agli inizi di febbraio.
In teoria il vaccino Chad3Ebola-Zair(che è un monovalente in grado di neutralizzare il ceppo «Zaire» del virus) dovrebbe superare anche una fase 2 su un campione di 3.000 individui  (tra cui 600 bambini) di Ghana, Nigeria, Mali, Camerun e Senegal ma si tratta di una mera formalità. Secondo gli esperti funziona benissimo e presto sarà a disposizion delle popolazioni africane più colpite e anche di tutte quelle persone che sono a forte rischio di contagio, si pensi a medici e cooperanti.
A noi  è consentito arrivare  fino al vetro che separa il primo ambiente “pulito” del Gmp dall’esterno, ma non possiamo assolutamente oltrepassare quella porta. Altrimenti, ci spiegano, si violerebbero i protocolli di sicurezza stabiliti dall’Aifa (l’Agenzia Italiana del Farmaco) e con il rischio di vedersi ritirato il permesso di produrre il vaccino. I ricercatori che entrano lì devono passare una serie di controlli anti-contaminazione e sottoposti a una lunga vestizione. Tuta, mascherina, occhiali, la procedura completa dura oltre un’ora.

Il 60% di loro sono donne sotto i 35 anni

Ci viene però accordato il permesso di visitare i laboratori che sono nellìaltro edificio di Irbm. All’interno troviamo molti scienziati giovani e giovanissimi. Età massima 35, minima 25, il 60% sono donne. Alcuni di loro stanno catalogando e sistemando in speciali contenitori (in tutto simili a dei secchielli) delle dosi già pronte di vaccino anti-Ebola. Altri studiano e fanno esperimenti su quelle che vengono chiamate “malattie rare e della povertà” come la Còrea di Huntinghton (una malattia genetica neurodegenerativa).

Ci soffermiamo davanti a due “frigoriferi” in cui sono custodite (a -20°) numerose provette che la biochimica Ottavia Cecchetti sta movimentando attraverso un braccio robotico. Subito ci raggiunge Alberto Bresciani, Capo dell’Unità di Screening Technologies.

“Benvenuti alla Banca dei composti” dice con fierezza. “Qui dentro conserviamo 100 mila molecole che costruiscono la base dei farmaci del futuro”. Se un gruppo di ricerca universitario, un ente pubblico o gli stessi scienziati dell’istituto pontino producono un composto che non ha diretta attinenza con il tipo di malattia che stanno studiando la molecola finisce in questo deposito speciale attesa di miglior fortuna. Per gestire l’archivio nel 2010 è stato formato un consorzio ad hoc di cui fanno parte anche il Cnr e l’Istituto superiore di Sanità.

L’Irbm è quel che si definisce un miracolo italiano. Fino al 2009 la ricerca scientifica nei suoi edifici era operata dal colosso farmaceutico statunitense Merck & Co poi gli americani hanno deciso di dismettere l’impianto di Pomezia assieme a quelli di Madrid e Tokyo. Tutti fuori e arrivederci.

“E pensare che solo pochi mesi prima era stato prodotto qui l’Isentress, il farmaco che avrebbe rivoluzionato la lotta all’Aids”, ricorda Piero Di Lorenzo, oggi presidente di Irbm e ieri responsabile per i rapporti istituzionali di Merck Italia.

Con l’aiuto di un virus dello scimpanzè

Fu lui, con la sua famiglia, a rilevare tutti gli asset pontini, con la convinzione di potergli donare nuova vita: “Nel 2010 venne da me Riccardo Cortese (biologo molecolare e docente presso l’Università Federico II di Napoli, anch’egli era stato precedentemente in Merck ndr) a propormi di lavorare insieme su una certa scoperta. Così gli misi a disposizione il Gmp e formammo la joint venture Advent”.

Quella scoperta era legata alle proprietà di un tipo di virus del raffreddore dello scimpanzè, chiamato scimpanzè adenovirus tipo 3 (ChAd3).

L’adenovirus, capì Cortese, poteva essere usato come un vettore per consegnare “pezzi” di materiale genetico derivati dal virus Ebola a soggetto sano, da immutizzare.

Il mix di genialità e senso del business italiano sarebbe poi stato ricompensato con 250 milioni di euro dalla GlaxoSmithKline che oggi è proprietaria del vaccino.

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