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Il Messaggero: Ebola, il vaccino targato Italia «respinge il virus per 10 mesi»

ROMA – Sulle scimmie ha funziona­to. Sui macachi infettati con il vi­rus Zaire Ebola il vaccino con­tro la febbre emorragica che sta devastando l’Africa occidentale ha dato buoni risultati: protegge per almeno dieci mesi. E’ il vaccino allo studio con l’efficacia più lunga.

IL TEST

Il prodotto sta per essere testato sull’uomo e viene prodotto in Italia, negli stabilimenti Okai­ros/Advent all’Irbm SpA di Pomezia.  Solo qui, dove è stato concepito, Chad3Ebo­la-Zaire (questo il nome tecni­co) può essere realizzato. Dieci­ mila dosi per la sperimentazio­ne che è frutto di un gruppo in­ternazionale di ricercatori italiani e americani dell’Istituto na­zionale della salute degli Stati Uniti. Immediato il commento del presidente Obama: «Gli Usa aiuteranno i paesi africani che lottano contro il virus dell’Ebola inviando anche mezzi militari come le unità di messa in qua­rantena. Parliamo di una malat­tia che non rappresenta nell’im­mediato una minaccia, non si propaga attraverso i voli aerei».

LA PROTEZIONE

Fino ad oggi i vaccini a disposi­zione riuscivano a garantire la protezione per appena trenta giorni. La ricerca è stata pubbli­cata sulla rivista “Nature medicine”. Questa copertura immu­nitaria è stata indotta nei maca­chi utilizzando un vaccino basa­to sul ChAd3, un adenovirus (negli uomini è responsabile di raffreddori e congiuntiviti) deri­vato dagli scimpanzé. E’ stato scelto proprio l’adenovirus de­gli scimpanzé e non quello degli umani, spiega Riccardo Cortese che da oltre cinque anni lavora a questo vaccino, «perché molti uomini sono già stati esposti al­ l’adenovirus umano e quindi il loro sistema immunitario è in grado di neutralizzarlo».

Il vac­cino dovrebbe proteggere da due diversi ceppi dell’Ebola, sia lo Zaire che il Sudan. Migliorano ma restano gravi le condizioni di Rick Sacra, il me­dico americano che si è infetta­to in Liberia ed è tornato a casa la scorsa settimana. «E’ molto malato e molto debole – raccon­ta la moglie – ma sta un po’ me­glio da quando è tornato negli Stati Uniti. E’ anche riuscito a mangiare un po’ di brodo di pol­lo». Quella di Sacra sembra una situazione più allarmante ri­ spetto a quella dei due missiona­ri statunitensi che si sono am­malati ma sono usciti dall’infe­zione.

Il medico non riceverà il siero sperimentale ZMapp perché le scorte sono esaurite e, con ogni probabilità, verrà messa a pun­to una strategia terapeutica a base del sangue di persone che sono guarite. Vere trasfusioni con anticorpi del virus. L’Orga­nizzazione mondiale della sanità ha dato il via libera a questo trattamento. L’urgenza è stata giustificata dall’aumento conti­nuo dei casi: secondo l’ultimo bollettino ha superato quota duemila morti con quasi quat­tromila casi. «Il siero di convale­scente – fa sapere Giuseppe Ippolito, direttore scientifico del­ l’Istituto Spallanzani di Roma – è già stato utilizzato. Nel 1995 un’epidemia di Ebola a Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo, con buoni risultati». La terapia di sostegno seguita fi­no ad ora dai colleghi di Rick Sa­cra consiste nella prescrizione di farmaci contro la nausea, il vomito  e  degli  antidolorifici. Viene idratato e controllato nel­la respirazione perché potrebbe aver bisogno di una macchina per aiutarlo.

A CASA

Stretta in Sierra Leone, uno dei paesi più colpiti dal virus per contenere la diffusione dell’epi­ demia. La popolazione, infatti, dovrà rimanere in casa per quat­tro giorni, dal 18al 21 settembre. Una misura decisa dal governo africano per impedire il conta­gio e per consentire ai sanitari di identificare ed isolare nuovi casi. «È necessario un approc­cio aggressivo una volta per tut­te – spiega il consigliere presi­denziale della task force an­ti-Ebola in Sierra Leone Ibrahim Ben Kargbo – per far ri­spettare la quarantena saranno reclutate 21.000 persone». E già è scoppiata la polemica: l’obbli­go di residenza rischia di solle­vare questioni relative ai diritti umani, oltre ad innescare manifestazioni violente.

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