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Il Fatto Quotidiano: Ebola si è fermata a Pomezia

Viaggio  nel laboratorio  dove si produce il vaccino che verrà testato  dall’OMS

Cinquecento  metri quadrati di laboratori divisi in otto stanze da pareti color crema in uno stabile nella zona indu­striale di Pomezia. Per acceder­vi è necessario indossare una tuta bianca di quattro strati simile a quella degli astronauti e le procedure per percorrere il bre ve corridoio e uscirne durano circa un’ora. Tanta sicurezza è necessaria perché qui si produ­ce qualcosa di molto sensibile: quello che potrebbe essere il primo vaccino efficace contro Ebola, la febbre emorragica che, durante l’ultima pandemia, ha già ucciso oltre 1900 persone tra Sierra Leone, Guinea, Liberia, Nigeria e negli  ultimi  giorni sembra avere varcato anche la frontiera con il Senegal. Come risposta,  alcuni governi come quello saudita e varie compa­gnie aeree (ad esempio  Air France e British Airways) han­no sospeso voli e visti dai Paesi colpiti. Entro fine anno, 10mila dosi del vaccino verranno con­ segnate all’Organizzazione mondiale della sanità che le te­ sterà sul personale chiamato ad arginare la malattia in Africa (ovviamente, la somministra­ zione sarà volontaria). Servi­ranno quindi, almeno in questa fase, solo a proteggere il perso­nale che cura i malati.

IL PROGETTO del vaccino è na­to sei anni fa dalla Okairos del professor Riccardo Cortese e successivamente prodotto in tandem con l’Irbm di Piero Di Lorenzo. Vi hanno partecipato decine di ricercatori, la maggior parte donne. Le prime dosi spe­rimentali sono state testate sulle scimmie oltreoceano in collabo­razione con l’Istituto nazionale di Sanità Usa, l’unico Paese dove è permesso provare farmaci contro Ebola. Il risultato è stato strabiliante: 100% di positività, tutti gli animali vaccinati sono rimasti immuni dal contagio per oltre un anno. Sulla scorta di questo successo, i brevetti sono stati acquistati da Glaxo per 250 milioni.
Tanti soldi, certo, ma molti di meno di quanti non ne sarebbe­ro stati sborsati se la cura riguar­dasse una malattia diffusa nelle zone ad alta intensità di spesa del globo: ad esempio, l’ultimo farmaco contro l’Aids sviluppa­to in Irbm dalla multinazionale Merck & Co è stato valutato 800 milioni di euro.

“Finanziare le ricerche su malattie rare e della povertà diventa sempre più un compito dei governi perché le grandi case farmaceutiche han­no meno interesse a lavorare su questi fronti”, spiega Di Loren­zo. I soldi per elaborare il vac­cino per l’Ebola, di cui si verificherà l’efficacia sull’uomo nel 2015, sono arrivati da finanzia­tori svizzeri e olandesi, dall’Isti­tuto nazionale di sanità Usa e dalle autorità inglesi. Per questo progetto non ci sono stati finan­ziamenti italiani “anche se – ci tiene a precisare Di Lorenzo – nella ricerca su altre patologie come la malaria, la Regione La­zio cofinanzia gli studi”.

LO SCOPO di un vaccino è sti­molare il sistema immunitario a riconoscere la malattia, pur sen­za farlo ammalare. Normalmente per questo scopo si uti­lizzano dei frammenti di virus o batterio la cui carica infettiva viene preventivamente annulla­ta. Per realizzare il vaccino di Ebola è stata utilizzata una me­todologia ideata dal “guru” del settore Cortese: invece di inocu­lare una parte dell’agente pato­geno, si provvede a impiantare i suoi geni in un virus “benigno”, in questo caso un adenovirus.
“Nel caso di Ebola, il sistema im­ unitario produce rapidamen­te anticorpi e linfociti che con­trastano la straordinaria forza letale del virus, che può uccidere il malato in due giorni”, spiega il direttore della produzione di Okairos, Loredana Siani.

E proprio  la diversa virulenza, cioè la “potenza” dell’ultima epidemia rispetto alle preceden­ti, ha prodotto un duplice, pa­radossale effetto: da un lato il tasso di mortalità è molto più basso rispetto al passato (50-60% invece di 90%); dall’al­tro la maggiore lentezza con cui il virus porta alla morte, ha fatto aumentare i contagi e ha creato un’emergenza  mai vista  dalla scoperta del virus, nel 1976.

“Più forte è il virus, più semplice è contenere l’epidemia – prosegue Siani -, per questo fino a oggi le case farmaceutiche non hanno sentito l’esigenza di spendere per cercare nuove cure”. Forse, i 1900 morti da febbraio a oggi sono serviti a qualcosa.

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