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L’Espresso: Tutti pazzi per Pomezia

Un super laboratorio destinato da una multinazionale alla chiusura. Ma ora rilanciato da un manager italiano. Per nuovi accordi

Nessuno ci credeva, anzi in molti attendevano rassegnati la chiusura data per certa. Invece l’Irbm, l’istituto di ricerca di biologia molecolare di Pomezia, ce l’ha fatta e, dopo la decisione della proprietà, la multinazionale farmaceutica Merck &Co di chiudere i laboratori, è riuscito a mantenere l’attività e la qualità di progetti competitivi a livello internazionale. Il che è già un vero miracolo di questi tempi. Ma non è tutto, perché messa al sicuro la sopravvivenza, oggi il centro rilancia con nuovi contratti e una road map più che ambiziosa.

L’Irbm era nato nel 1990 da una joint venture tra due colossi del farmaco, Merck e Sigma Tau, per operare nel campo della virologia, dell’ingegneria genetica e delle biotecnologie. A dirigere i progetti scientifici era arrivato direttamente dall’European Molecular Biology Laboratory (Embl) di Heidelberg Riccardo Cortese, biologo molecolare affermato a livello mondiale, in grado di attirare nel Lazio molti ricercatori motivati e brillanti. E i risultati arrivano rapidamente. “Eravamo fortemente coesi tra di noi”, racconta Anna Tramontano, esperta di bioinformatica e oggi docente di Biochimica all’Università di Roma “La Sapienza”: “Perché volevamo contare nel panorama internazionale”.

Detto, fatto: “nei laboratori di Pomezia viene scoperta la molecola dell’Isentress, un farmaco per la terrapia dell’Aids, l’unica vera novità farmacologica degli ultimi anni in questo campo, dicono gli esperti, le cui proiezioni di vendita nel 2009 si stimavano intorno ai 500 milioni di dollari. Ma proprio quello stesso anno arriva la doccia fredda: Merck taglia in tutto il mondo, e l’Irbm finisce nei tagli. La scelta è irrevocabile, ma la multinazionale non vuole chiudere e basta, cerca una soluzione. E la notizia innesca una grande mobilitazione nel lazio per trovare un rimedio: la Regione stanzia 12 Milioni di euro nella legge di assestamento di bilancio (che rimarranno solo sulla carta), l’Unione Industriali tenta di mettere insieme una cordata di imprenditori. E i ricercatori, a corto di fiducia, cercano di ricollocarsi in Italia o in Usa, disperdendo competenze e prezioso know-how.

E in questo contesto, nel punto più vicino al baratro, che entra in gioco l’interesse dell’imprenditore Piero Di Lorenzo che coagula e capitalizza l’intenzione di Merck di cedere i beni patrimoniali e immobiliari, molte delle apparecchiature scientifiche all’avanguardia, indispensabili per poter proseguire l’attività di ricerca e anche una serie di progetti coperti da brevetto possono rappresentare la base per assicurare la continuità e scongiurare il peggio.

L’accordo arriva a fine 2009.

Piero Di Lorenzo racconta: “Durante la prima riunione i ricercatori mi guardavano come fossi un marziano, erano molto scettici”.

“Eppure ci siamo accordati – continua Piero Di Lorenzo” – a loro va piena libertà nel lavoro scientifico, per me rivendico la gestione finanziaria, amministrativa e commerciale”. Così, alcuni degli storici capi di dipartimento, come Vincenzo Summa, Vincenzo Altamura, Elisabetta Bianchi, sotto la guida del direttore scientifico Ralph Laufer, si rimboccano le maniche e nel marzo del 2010 l’Irbm SpA riavvia l’attività.

Oggi, con due anni di lavoro alle spalle Piero Di Lorenzo guarda avanti: “Abbiamo già raggiunto il pareggio, assunto cento ricercatori, stiamo lavorando con il Cnr e l’istituto Superiore della Sanità, abbiamo commesse dalla stessa Merck, da Università di altri Paesi e da molti altri centri stranieri, come la fondazione americana Chdi che finanzia la ricerca sul morbo di Huntington e pensiamo a nuove e importanti acquisizioni”.

La serietà dell’operazione, si riscontra nel lavoro e nei nuovi progetti, fra cui la realizzazione di un laboratorio Gmp (Good Manufacturing Practices), riconosciuto dalle autorità europee e americane, dove si producono adenovirus che vengono poi utilizzati nelle ricerche di terapia genica di vaccini. Con l’Istituto Superiore di Sanità e il Cnr è stato  creato il consorzio Cnccs da cui è nata la Banca europea dei composti molecolari per raccogliere, conservare e archiviare decine di migliaia di molecole scoperte ma mai sviluppate e metterle a disposizione di aziende, laboratori, università che ne abbiano bisogno per le loro ricerche. Un servizio innovativo, molto utile e unico nel nostro Paese.

Il consorzio, finanziato dal Ministero della Ricerca con 30 milioni di euro per tre anni, lavora anche sulle cosiddette “malattie della povertà” come malaria, tubercolosi, Dengue che affliggono centinaia di migliaia di persone nelle aree più svantaggiate del pianeta ma per le quali lo sviluppo di farmaci e vaccini è carente dato lo scarso interesse economico da parte delle grandi aziende farmaceutiche. E con la Medicines for Malaria Venture, una delle principali organizzazioni internazionali no profit con sede a Ginevra, è in corso un progetto di collaborazione scientifica.

Ora però, sottolinea Piero Di Lorenzo, “vogliamo crescere ancora con investimenti e con l’assunzione di altri cento ricercatori nei prossimi tre anni. Siamo una realtà industriale e continuo a ripetere: il primo obiettivo è sempre chiudere il bilancio in positivo, poi arriva tutto il resto, le pubblicazioni, i brevetti e la possibilità di partecipare alla distribuzione degli utili. Io ho l’orgoglio di far fare funzionare una realtà produttiva che era data per spacciata”.

Una volta tanto la storia a lieto fine? E’ ancora presto per dirlo: è stata fatta una scelta di realismo, dicono molti di coloro che conoscono bene l’Irbm, poiché il piano industriale è stato ridotto rispetto al passato, le condizioni di lavoro non sono più le stesse, si è accantonata la vocazione puramente scientifica per fare spazio ai servizi e al business. Ma c’è ottimismo. Il presupposto fondamentale per garantire un futuro solido sarà l’applicazione del criterio del merito nella selezione dei ricercatori, in modo da attirare i cervelli migliori e avere la capacità di concorrere per ottenere finanziamenti per la ricerca, non solo pubblici ma soprattutto delle grandi fondazioni internazionali.

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