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Dimensione D: Zingaretti visita i laboratori che producono l’anti-ebola

«La Irbm è un fabbrica di futuro perché proiettata a inventare ciò che non esiste», lo ha detto Nicola Zingaretti in visita alla Irbm di Pomezia il 4 settembre scorso, accompagnato dal vicepresidente con delega alla ricerca Massimiliano Smeriglio. Di pochi giorni prima la notizia ufficiale che la Irbm aveva realizzato il vaccino contro l’ebola ed era in grado di produrre e commercializzare diecimila dosi.

«Questo modo di fare ricerca – ha detto ancora Zingaretti – rappresenta una tendenza inversa a quanto succede in Italia», e ha ribadito la vicinanza della Regione ai progetti.

Il presidente della Regione ha anche lanciato l’idea di tenere a dicembre, forse proprio a Pomezia, una sorta di «Stati generali dell’innovazione», «un appuntamento per imprese, ricerca, università che inizi a costruire una “rete regionale dell’innovazione”».

«Il nostro compito – ancora Zingaretti – è di ascoltare tutte queste realtà per capire come aiutarle e far sì che si creino delle eccellenze». Zingaretti ha ricordato che solo quattro anni fa, da presidente della Provincia, aveva ricevuto Piero Di Lorenzo, attuale manager della Irbm che l’aveva acquistata dopo la dismissione dell’americana Merck, e che aveva scommesso e creduto nella ricerca.

«Questa è una bella storia italiana – ha sostenuto Smeriglio – perché quattro anni fa l’azienda stava chiudendo e la lungimiranza di un imprenditore e dei ricercatori ha portato un risultato di importanza planetaria. Questa è anche la vocazione della Regione Lazio che investe sulle bio-scienze e sulla cura guardando a quello che succede nel Sud del mondo». Smeriglio ha ricordato che la Regione è parte del progetto perché dà risorse al Cnr per finanziare i progetti di ricerca.

Il responsabile del team di ricerca Riccardo Cortese ha spiegato come il lavoro  sul  vaccino per l’ebola fosse una sfida non indifferente. «Abbiamo puntato su ebola perché era il più difficile da realizzare – ha detto Cortese – così se avesse funzionato, come è stato, per gli altri sarebbe stato più facile».

«Anni fa, insieme a un gruppo di colleghi, – ha scritto per Il Sole 24 ore – immaginammo un nuovo modo di fare vaccini, che non usa “frammenti” di agenti patogeni, ma i loro geni, incorporandoli in un virus innocuo, come l’adenovirus.  Tale “vaccino genetico” riesce a mobilitare non solo anticorpi, come i vaccini classici, ma anche linfociti. Questa doppia risposta è molto efficace.

Per applicare questa idea creammo una società, Okairos, con sede a Basilea, dove dopo lungo vagare, trovammo investitori disponibili e generosi. Allestimmo anche alcuni laboratori di ricerca a Napoli, presso il Ceinge, e a Pomezia, presso l’Irbm SpA. La strategia della vaccinazione genetica può essere applicata contro molti patogeni, per i quali i vaccini tradizionali si sono dimostrati inefficaci. Un anno fa, ha spiegato Cortese, la multinazionale GlaxoSmithKline ha acquistato la Okairos di Basilea, lasciando però libera la componente italiana».

In sintesi questo significa che il vaccino anti-ebola, frutto di eccelse menti italiane,  sarà  comunque commercializzato dalla Glaxo, così come gli altri antidoti sintetizzati alla Irbm.

I dettagli della ricerca e il futuro del vaccino, anch’essi tutelati dalla Glaxo, sono apparsi sulla rivista Nature medicine che racconta cinque anni di studio e poi la sperimentazione in America dove il vaccino è stato testato sui macachi. A breve inizierà la sperimentazione sull’uomo per poi essere utilizzato in quelle zone dell’Africa dove è stata riscontrata la maggiore concentrazione di infezioni.

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